Il Buon Codice è sopravvalutato (o forse no).

C’è uno stanzino, nella testa di ogni programmatore, in cui solo il programmatore più audace si reca di tanto in tanto.
I più ci capitano per sbaglio, e scappano richiudendosi frettolosamente la porta alle spalle.
In questo stanzino – oltre alla trilogia originale di Star Wars, i gadget di Super Mario e una consistente riserva alcoolica – c’è un computer.
E dentro a questo computer c’è un file.
Quel file sta al Programmatore come l’Anello sta a Gollum.
É un tesoro inestimabile, ed è un fardello.
In quel file c’è scritto Il Buon Codice.

Il Buon Codice lo riconosci a colpo d’occhio: è pulito, chiaro ed efficace.
Il Buon Codice fa precisamente ciò per cui è stato pensato, in maniera diretta, dritto al punto e senza fronzoli.
Generalmente lo ha scritto una persona sola, e capace, nel tempo necessario per scriverlo bene.

Tutti i programmatori l’hanno visto almeno una volta nella vita, tipicamente durante le prime lezioni di programmazione in un’aula universitaria.
Negli anni in ateneo h­anno imparato a riconoscerlo, ad ammirarlo. Da bravi studenti si sono sforzati di emularlo, farselo amico.
Poi si sono laureati, hanno cominciato a lavorare e niente – sapete com’è- anche con i migliori ci si perde di vista.
Così avviene che negli anni prendano piede nuove conoscenze: le deadline settimanali. Il budget. Gli standard. Il Cliente che ha sempre ragione.
“Forse in fondo -si dice il Programmatore- il Buon Codice è sopravvalutato”, mentre gli anni passano.

Ma ritorna sempre il giorno in cui ci si imbatte in quello stanzino, con quel computer, la trilogia di Star Wars e tutto il resto, perché il Buon Codice è come l’anello e potente è la sua forza.
Ed è in quel preciso istante che la scelta sta tutta al Buon Programmatore: richiudersi la porta alle spalle e far finta di nulla, oppure entrarci e riaprire il file.