In ufficio come in barca a vela: una metafora per il teambuilding

In ufficio come in barca a vela: una metafora per il teambuilding

Sapete che la vela viene spesso utilizzata dalle grandi aziende per creare eventi di teambuilding?
Un caso? sarebbe la stessa cosa se ai propri dipendenti si proponesse un piccolo campionato interno di tennis? Dov’è se c’è-  il valore aggiunto?
Io sono un appassionato di questo sport, e vi dico perché a mio parere esso calzi perfettamente molte delle dinamiche che ogni giorno affrontiamo anche all’interno dei nostri uffici, dietro i nostri scambi di mail e all’interno delle nostre riunioni.
La vela è uno sport che spesso si tende ad associare con le solitudini del mare, con l’idea dell’uomo isolato nella vasta silenziosità della natura.
Non è un caso, a mio parere, che la stessa idea sia spesso associata anche a quella dello sviluppo informatico: il classico clichè del nerd nel buio della sua alcòva a digitare codice per tutta la notte.
In realtà la vela, proprio come l’informatica, è anche altro: a dire il vero è, a tutti gli effetti, uno sport sociale.
Per come la vedo io insomma, andare in vela ha molto in comune col pensare un software e guidarne il progetto tra la vastità dei percorsi possibili e il rischio di secche o ammutinamenti.
Pensiamo soltanto che:

1. Ci sei tu, e non solo.

Su una barca conta -tantissimo- quello che fai tu.
Ma vale poco o molto meno, se non tieni conto di quello che fanno gli altri.
Il rischio è che la barca vada per i fatti propri.

2. Gli strumenti.

Radio, anemometro, ecoscandaglio, indicatori, display, bussole e chi più ne ha più ne metta: tutti utilissimi, spesso essenziali.
Ma vale pur sempre la regola-base: occhio all’orizzonte, poi allo strumento.
Calibrare perfettamente vento e velocità non serve a molto, se perdiamo la bussola e ci dimentichiamo di dove vogliamo arrivare.

3. I ruoli.

Su una barca la tecnica è molto. Su una barca una tecnica non è tutto.
In effetti, in mezzo a una regata o in centro all’oceano, più che la singola tecnica o abilità, conta l’equilibrio del gruppo: la forza e affidabilità del grinder, la sfrontatezza acrobatica del prodiere, la tattica dello stratega e l’autorevolezza e risoluzione dello skipper.

4. Regole, gerarchie e buona volontà.

Su una barca sono sempre accette:
– poche e semplici regole, non s’inventa niente.
– chiare gerarchie, pena il caos e l’anarchia.
– spirito di collaborazione, perché non è una partita a tennis: se non si lavora insieme, la barca non sta a galla.
– voglia di divertirsi: altrimenti cosa siamo saliti a fare?
– tolleranza: perché sarà sempre necessario adattarsi e improvvisare. Restare rigidi sulle proprie posizioni a oltranza, oltre che ottuso, è pure inutile.

5. Chi dice l’ultima.

Su una barca c’è un equipaggio, ma il capitano è uno solo.
Il capitano, per inciso, non è quello che dà ordini.
Il capitano è quello che (si spera) si assume la responsabilità delle scelte fatte. Soprattutto verso il proprio equipaggio.

Voi cosa ne pensate?
Navigatori in solitario o membri di un grande e complesso equipaggio? Comunque sia, parafrasando il buon skipper, buon vento a tutti.

 

 

[Articolo originale sul mio profilo linkedin: https://www.linkedin.com/pulse/di-navigazione-e-teambuilding-giuseppe-caspani?trk=pulse_spock-articles]

Richiedi informazioni

Compila i campi qui sotto per richiedere maggiori informazioni.
Un nostro esperto ti risponderà in breve tempo.