La strada per essere un buon leader

Essere un manager non significa per forza essere un capo. Il titolo da solo, come tutti i titoli, non è una garanzia di capacità di leadership; né la regala come per magia a chiunque occupi una posizione dirigenziale. Sono le altre persone a fare di qualcuno un lader, e non è tanto una questione di management quanto dell’impatto che il leader riesce ad avere sulle vite degli altri e sul mondo circostante.

 

Un leader, intanto, sa ispirare i propri sottoposti, e sa fargli capire che gli importa di loro, che il loro sforzo ha un peso e porta un contributo, stimolandoli a un livello più profondo di quello della pura razionalità. Non dimentica mai che bisogna parlare sia al cuore che al cervello delle persone. I grandi leader sanno fare appello al lato emozionale delle persone, oltre che giustamente metterne a frutto le capacità intellettive e lavorative: le emozioni forniscono una potente spinta motivazionale in più a raggiungere traguardi che, altrimenti, resterebbero irraggiungibili.

 

Quello che conta, infatti, sono i risultati. Non soltanto il pensiero, ma soprattutto l’azione, e l’azione efficace. Progetti, strategie, idee grandi e piccole sono lettera morta se non vengono riconosciuti e messi in pratica, se restano confinati alla fantasia. Un leader deve avere l’abilità di creare un ambiente dove le buone idee si possano individuare e implementare, rimuovendo quanti più ostacoli possibile e poi portando le idee a compimento. Lo scopo del gioco, alla fine, è pur sempre di riportare successi concreti.

 

I risultati così ottenuti sono uno sforzo di gruppo. L’abilità di un individuo da sola non va da nessuna parte; deve trovare un posto e una valorizzazione all’interno di un team più vasto. È in questi momenti che si misura l’abilità organizzativa di un buon capo: quando occorre inserire e sfruttare al meglio le capacità personali di un subalterno all’interno del gioco di squadra, della visione e della strategia complessiva. Il che significa sviluppare un ambiente di lavoro che attragga e trattenga i talenti migliori, utilizzandoli in modo che il loro valore emerga e faccia una differenza, ricevendo al contempo le ricompense e i riconoscimenti che gli spettano.

 

Per raggiungere questi risultati, dunque, bisogna pensare strategicamente. Molti preferiscono perdersi dietro alla routine quotidiana e ai problemi immediati che essa presenta, senza concepire progetti di respiro più ampio o anche solo allargare il proprio orizzonte per ottimizzare il profitto in un settore più limitato. Il pensiero strategico permette di prevedere cosa può avvenire, in campi multipli e avendo uno sguardo a tutto tondo sull’ambiente; così facendo, si possono preparare e mettere in pratica le mosse e contromisure più efficaci.

 

Chiaramente, non esiste una sola strategia che vada bene per tutti i tempi e tutte le occasioni. È premiato dal successo chi sa adattarsi alle circostanze e non smettere mai di migliorare. Non fermarsi mai, non adagiarsi sugli allori, è un imperativo del mondo moderno, dove i cambiamenti sono continui e rapidissimi. Il leader può e deve gestire il cambiamento in modo intelligente, senza ignorarlo per pigrizia o lasciarsene travolgere; l’adattabilità deve essere un requisito fondamentale dei membri del team. Il leader per primo non solo non ha paura di cambiare, ma ha un’attitudine positiva, entusiasta, verso la possibilità di diventare una versione migliore di sé stesso. E sa fare in modo che l’attitudine positiva si diffonda al resto dell’azienda.