Cloud Computing: cos’è e perché sfruttarlo

Già da alcuni anni il cloud computing è diventata la principale tendenza tecnologica del mondo IT. Ma cos’è e come funziona nello specifico? Quali servizi può offrirci rispetto alla tradizionale modalità on premise? Esistono dei rischi?

Oggigiorno, il mondo della tecnologia è spesso attraversato da trend innovativi in grado di rivoluzionare le certezze consolidate in passato degli operatori del settore.

Il Cloud Computing (parola utilizzata sempre più spesso negli articoli e nei convegni che abbiano a che fare con l’Information Technology) fa parte proprio di quella schiera di servizi rivoluzionari che stanno cambiando in maniera trasversale i vari segmenti del comparto IT.

Secondo alcune stime di mercato, anche per quanto riguarda l’Italia, negli ultimi anni è stato registrato un crescente ruolo del cloud a discapito della tradizionale modalità on premise.

Ma cos’è il Cloud Computing? Siamo tutti sicuri di conoscerne l’esistenza e di saperlo utilizzare? Per rispondere a queste domande specifiche in questi casi sarebbe opportuno partire con una definizione che ci permetta di circoscriverne il campo d’azione.

Tra le tante definizioni, quella di Microsoft (che con il suo servizio Azure e Office 365 ha dimostrato di capirci qualche cosa di cloud) ci appare molto chiara ed esemplificativa. Così come anticipato sopra, stando a quanto definito dalla casa di Redmond, il cloud computing non è altro che

“la distribuzione di servizi di calcolo, come server, risorse di archiviazione, database, rete, software, analisi e molto altro, tramite Internet (“il cloud”) e le società che offrono questi servizi di calcolo sono chiamate provider di servizi cloud“.

Di norma, queste società addebitano un costo per i servizi di cloud computing in base all’utilizzo, in modo analogo alle spese domestiche per acqua o elettricità”.

Cosa si può fare con il cloud

Partendo da questa semplice definizione ci sembra chiaro che il cloud faccia riferimento a diverse applicazioni e strumenti che possono essere utilizzate dall’utente finale senza dover effettuare alcuna installazione.

Per sfruttare la nuvola del cloud, quindi, sarà sufficiente possedere un device (che sia uno smartphone o un semplice pc) e avere un accesso a Internet. Con una connessione a Internet e una al cloud infatti sarà possibile gestire da remoto le risorse offerte dal provider; seguendo questo iter i servizi IT si trasformeranno da on premise a on demand.

Qualsiasi utente oggi ha la possibilità di entrare in contatto con quella che è la più elementare e ancora adesso “più adoperata” forma di cloud, vale a dire l’email, che descrive perfettamente le indicazioni della definizione citata in precedenza: la casella di posta elettronica, infatti, a prescindere dal provider, è un servizio facilmente utilizzabile da qualunque dispositivo connesso a Internet  senza bisogno di installazioni.

Partendo dall’esempio appena illustrato, oggi possiamo dire che chiunque sia in possesso degli elementi sopra citati potrebbe fruire in tutta tranquillità dei servizi cloud per ascoltare musica o guardare film su Internet (il cosiddetto streaming), oppure per archiviare immagini e altri tipi di file senza doverli necessariamente salvare sul proprio smartphone o personal computer.

Inoltre, la maggior parte dei servizi cloud è completamente gratuita. Per questi motivi dunque sembra abbastanza chiaro il perché del volume di affari sempre più crescente della nuvola legata alle attività del mondo aziendale che utilizza le potenzialità dei servizi di cloud computing per aumentare la propria produttività.

Grazie all’utilizzo del cloud computing infatti si possono fare tantissime cose, tra cui:

  • Creare nuovi servizi e applicazioni;
  • Archiviare i dati ed eseguirne il backup e il ripristino;
  • Ospitare siti Web e blog;
  • Fornire software on demand;
  • Analizzare i dati (Data analytics) per ricavarne modelli ed eseguire stime;
  • E tanto altro ancora.

Perché scegliere il cloud?

Come sottolineato in precedenza, è vero che ancora oggi questi servizi potrebbero essere fruiti teoricamente on premise, ossia con un software installato localmente nell’hardware (proprio come accadeva una dozzina di anni fa: quando questa era questa l’unica via possibile per l’IT).

Tuttavia oggi il servizio di cloud computing sembra essere la scelta migliore. In realtà lo è a tutti gli effetti! Perché? Perché propone una serie di vantaggi, sia economici sia di produttività.

Da parte delle aziende, il vantaggio più semplice da percepire sicuramente è la possibilità di sfruttare in maniera rapida le risorse IT a costi davvero esigui. Nello specifico, con il cloud computing non è necessario effettuare grandi investimenti per l’acquisto e la gestione di hardware.

Al contrario, è possibile effettuare il provisioning (“raccolta”) delle risorse di elaborazione in base a esigenze particolari anche perché il pagamento è legato all’utilizzo effettivo. Un esempio: la Niantic, famosa per aver sviluppato il celebre gioco di Pokemon Go, sfruttò proprio il servizio di cloud computing che rispose bene alla esigenze di flessibilità del progetto.

Durante i primi mesi del lancio, infatti, il gioco ha sfruttato le potenzialità dell’applicazione in questione, dando la possibilità a centinaia di milioni di persone (numero diminuito poi drasticamente con il passare del tempo) di sfruttarla. La scelta di sfruttare il cloud computing da parte della Niantic fu strategica: probabilmente a quest’ora sarebbe già in fallimento se invece di affidarsi al modalità cloud avesse acquistato risorse hardware dedicate per tentare di coprire la domanda iniziale.

Con l’utilizzo del cloud, invece, è stato sufficiente rinunciare progressivamente a occupare lo “spazio della nuvola” ogni volta che diminuivano gli utenti. Il servizio del cloud computing si fonda infatti sul modello del Pay per Use: gli utilizzatori pagano solo in base all’uso effettivo, con contratti che possono essere definiti anche su base mensile.

Dunque, in definitiva, possiamo dire che l’utilizzo del cloud computing elimina (con vantaggi da non sottovalutare in termini di costi) le spese riguardanti:

  • l’acquisto di hardware e software;
  • la configurazione e gestione di data center locali (che richiedono rack di server, elettricità 24 ore su 24 per alimentazione e raffreddamento)
  • esperti IT per la gestione dell’infrastruttura;

 

Servizi cloud computing: come sfruttarli

Il cloud computing al servizio del business aziendale

Scegliere il cloud significa scegliere la velocità. Mentre l’installazione fisica delle risorse hardware e software in azienda richiede, con un po’ di ottimismo, mesi di tempo (tempistiche che, al giorno d’oggi, sono difficilmente compatibili con la rapidità del business moderno), grazie al cloud, invece, è possibile ottenere dal proprio provider quantità enormi di risorse di calcolo in pochissimi click e in un tempo veramente minimo.

Senza contare che i più grandi servizi di cloud computing vengono eseguiti su una rete mondiale di data center sicuri, aggiornati regolarmente all’ultima generazione di hardware, quindi più veloci ed efficienti.

Ultimo di una serie di grandi vantaggi, ma non meno importante, riguarda la fruizione di un servizio cloud offerto da terzi: farlo significherebbe permettere a un’azienda di risparmiare tempo e risorse preziose dedicate alle attività IT, (che in genere sono il mezzo e non il fine del business).

Insomma, con il cloud computing i clienti saranno sempre la priorità. Dedicarsi a loro piuttosto che impiegare fatica e tempo nella gestione dei dispositivi hardware e al funzionamento dei server non è cosa da poco!

Quale cloud scegliere? Iaas, Saas o Paas?

Ovviamente non è possibile parlare di cloud in linee generali poiché il rischio sarebbe quello di proporre un discorso  un po’ fuorviante data l’ampia gamma di servizi che racchiude questa possibilità. Per questa ragione è importante fare una distinzione tra diversi tipi di servizi cloud.

Ne esistono tre nello specifico:

  1. IaaS (IaaS, Infrastructure as a Service): le soluzioni Iaas sono quelle tipiche del cloud computing, con una soluzione IaaS, infatti, in pratica si affitta l’infrastruttura IT, ovvero server e macchine virtuali (VM), risorse di archiviazione, reti e sistemi operativi, da un provider di servizi cloud con pagamento in base al consumo;
  2. PaaS (Platform as a Service): diverso è l’ambito del Paas, che si riferisce al cloud computing in grado di fornire il servizio per un ambiente on demand (il test, la distribuzione e la gestione di applicazioni software). In questo modo gli sviluppatori avranno la possibilità di creare in modo più semplice e veloce applicazioni o per dispositivi mobili, senza doversi preoccupare della configurazione o della gestione dell’infrastruttura sottostante;
  3. SaaS (Software as a Service): negli ultimi anni, soprattutto in settori storicamente “sofware based ” come quello della sicurezza, si sta diffondendo anche la modalità cloud chiamata SaaS (Software as a Service), che tecnicamente può essere intesa come un metodo per la distribuzione di applicazioni software tramite Internet, sempre on demand. Con una soluzione SaaS, i provider di servizi cloud possono ospitare e gestire l’applicazione software e l’infrastruttura sottostante che si occupa delle attività di manutenzione, come gli aggiornamenti software e l’applicazione di patch di protezione.

Cloud pubblico, privato o ibrido: cosa scegliere

Per quanto riguarda la distribuzione delle risorse di cloud computing è altrettanto importante precisare l’esistenza di una classificazione: è possibile distinguere tra cloud pubblicoprivato e ibrido.

La modalità più classica è quella del cloud pubblico che in genere consta di hardware, software e altre infrastrutture di supporto. Questi strumenti sono tutti di proprietà del provider di servizi cloud e vengono gestiti da esso dando l’opportunità all’utente finale di usufruirne con una semplice connessione Internet.

Questo genere di servizio è tipicamente offerto da AWS, Azure e Google. Perfetto soprattutto per le piccole realtà o per giovani aziende che hanno ben poco da portarsi indietro alle spalle.

Più complicato, invece, è che una scelta di questo tipo venga adottata da una grande multinazionale proprio per il complesso del proprio bagaglio IT, in genere ricco di applicazioni sviluppate nel corso dei decenni e non sempre compatibile con le modalità del cloud.

Il Cloud privato

A differenza del cloud pubblico, il cloud privato è l’alternativa più adottata da molte organizzazioni. Questo tipo di cloud computing, infatti, prevede un ambiente diverso e al sicuro su cui può operare solo un cliente specifico.

In parole povere i cloud privati offrono agli utenti specifici la capacità di elaborazione come servizio all’interno di un ambiente virtuale, utilizzando un bacino sottostante di risorse fisiche di elaborazione.

Tuttavia, con il modello del cloud privato, il cloud computing (in quanto bacino di risorse) è accessibile da una sola organizzazione, che avrà quindi un maggiore controllo e la massima privacy e sicurezza.

Anche se i cloud pubblici possono adottare un determinato livello di sicurezza, quelli privati, facendo riferimento a bacini distinti di risorse con accesso limitato alle connessioni protette dal firewall di un’organizzazione, linee dedicate in affitto e/o hosting interno in loco, possono garantire protezione alle diverse operazioni mettendole al riparo da occhi indiscreti.

A tal proposito, è importante parlare anche del tema del controllo che per diversi anni ha rappresentato il principale ostacolo contro l’adozione del cloud. Quando la sicurezza delle informazioni è messa a repentaglio, l’impatto sui processi e sulle operazioni aziendali diventa diventa negativo.

Ma il rischio non è legato solo al modello Cloud, ma anche al modo in cui l’informazione viene usata nell’intero processo di difesa.

Ad ogni modo, come abbiamo detto, il private cloud è accessibile da parte di un’unica organizzazione che potrà quindi configurarlo e gestirlo online in base alle sue necessità per ottenere una soluzione di rete personalizzata.

Il Cloud ibrido

Infine c’è una terza opzione, quella del cloud ibrido, che consente la condivisione di dati e applicazioni tra i due tipi di cloud, offrendo alle aziende maggiore flessibilità e più opzioni di distribuzione.

Il vantaggio di questo modello di cloud computing è particolarmente accattivate per le organizzazioni che ne fanno uso. Queste ultime, infatti, possono usufruire della flessibilità e della potenza di elaborazione del cloud pubblico per le attività di elaborazione di base non sensibili, mantenendo allo stesso tempo i dati e applicazioni aziendali strategiche e in locale, protetti da un firewall aziendale (così come avviene per il cloud privato).

Ad esempio un’azienda potrebbe adottare il cloud hosting ibrido per ospitare il proprio sito web di e-commerce all’interno di un cloud privato tenendo invece il sito vetrina su un cloud pubblico, che assicura maggiore convenienza (e non richiede la massima attenzione alla sicurezza).

Quali rischi si corrono con il cloud

Tutto oro quello che luccica nel cloud allora? In realtà, nonostante tutti i vantaggi che abbiamo descritto in precedenza, anche la nuvola presenta delle criticità che è bene conoscere. La prima, ovviamente, riguarda la disponibilità di banda larga: è evidente che se un’azienda non può contare su una connessione Internet performante diventa complicato spostare infrastrutture e servizi su cloud.

Un problema che era particolarmente importante agli esordi del cloud, una decina di anni fa, ma che ancora oggi è presente nella realtà italiana. Molto spesso, inoltre, i Cio aziendali lamentano livelli di servizio del cloud non corrispondenti alle attese o a quanto concordato nei contratti (i cosiddetti Service Level Agreement), che tra l’altro – in caso di problemi – sono spesso meno chiari di quanto desiderato dall’utente.

Altri problemi riguardano la perdita di controllo citata in precedenza, nonché la visibilità limitata sulla propria infrastruttura. Infine c’è il tema del vendor lock in del cloud: decidere di cambiare fornitore di servizi cloud da un altro, oppure tornare on premise, può essere terribilmente complicato, considerato anche lo sviluppo continuo di piattaforme e servizi effettuato dai grandi provider di servizi cloud, che rischia di rendere molto “dipendenti” gli utilizzatori finali.


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